Borobudur

Borobudur è uno dei più antichi templi buddisti e uno tra i più belli. Costruito nel corso del IX secolo su tre collinette natu­rali, stava scivolando pericolosamente e rischiava di crolla­re, quando, nel 1955, il governo della giovane repubblica indonesiana chiese l’aiuto dell’UNESCO per assicurarne la sopravvivenza. I pericoli che lo minacciavano erano deter­minati dal clima stesso del paese, dalle piogge che, durante il periodo dei monsoni, riversano fino a 200 mm di acqua al giorno e che, nel corso dei secoli, infiltrandosi tra le pietre avevano dilavato la terra su cui si appoggiavano le fonda­menta, e scorrendo sulle terrazze già smosse dai terremoti compromettevano l’equilibrio delle balaustre. Abbandonato nel 950, il tempio era inoltre rimasto per nove secoli immer­so nella vegetazione tropicale, cosicché muschi e licheni lo stavano disgregando a poco a poco.

Quando nel 1814 venne ritrovato grazie alla tenacia dell’ef­fimero governatore britannico Sir Thomas Stamford Raffles, alcune magnifiche sculture cominciavano già a sbriciolarsi. Il tempio venne allora liberato dalle liane, dalle piante e dalla terra che lo ricoprivano completamente. Ma si dovette atten­dere fino al 1907 perché venissero avviati i lavori necessari a proteggerlo dalle acque. Condotta sotto la guida di un ingegnere olandese, Van Erp, il cui nome rimane associato alla storia di Borobudur, questa prima campagna si conclu­se con il ripristino delle tre terrazze superiori. Ma i problemi posti dalla stabilità del tempio e dalla conservazione dei suoi bassorilievi rimanevano insoluti. Per affrontarli occorreva disporre di tecniche più sofisticate e raccogliere fondi di tale entità che nessun paese da solo avrebbe potuto riunire. A questo proposito, Borobudur è un magnifico esempio di quel che può attualmente fare la solidarietà internazionale nei campo della cultura.

Quando nei 1965 venne raggiunto un accordo di azione comune, l’Indonesia e l’UNESCO diedero avvio a un’im­mensa campagna di studi: furono interpellati chimici, geolo­gi, biologi e archeologi di fama internazionale. Si fecero sondaggi, si studiò la meccanica del suolo. Si spostarono le parti crollate pietra per pietra dopo averle fotografate, misu­rate e segnate; si studiarono le conseguenze del clima su di esse. Nel 1973, infine, venne l’ora delle decisioni. E dopo aspre discussioni tra specialisti, si è dato inizio ai lavori; a poco a poco si sono smontati completamente i muri e le balaustre delle prime quattro terrazze, si sono sottoposte a trattamento una per una le pietre onde rallentare la crescita dei licheni, si è proceduto a gettare una soletta di cemento per dare stabilità alla base del monumento e, seguendo le tecniche più adatte, a costruire un sistema di deflusso delle acque piovane. Da quella data, centinaia di uomini sono impegnati nel cantiere, mentre grazie a un calcolatore sono stati catalogati i tre milioni di pietre che dovranno essere rimontate, tra cui 300.000 rilievi. Attualmente la fine dei lavori è prevista per l’anno in corso (1983). Forse a Borobu­dur il turista passerà ancora in mezzo a un cantiere, ma quel che vi potrà vedere gli lascerà senz’altro una fortissima impressione. Per la visita del tempio, che è meglio compiere di mattina presto, si impiega circa mezza giornata.

Come arrivarcii

Il  tempio si trova a 42 km da Yogyakarta in direzione di Semarang, circa 10 km a sud della strada nazionale. È possibile recarvisi con i seguenti mezzi:

        linee regolari di autocorriere che partono dal THR (jln Bridgen Katamso) e passano per Muntilan dove è necessa­rio cambiare e prendere un «bus Mustika» per percorrere gli ultimi dieci chilometri; in tutto si impiega un’ora e mezza; la tariffa è vantaggiosa ma gli ultimi autobus lasciano Borobu­dur alle 17.30;

        minibus, messi a disposizione dei clienti dagli alberghi e dalle agenzie turistiche;

        taxi, che di solito applicano la tariffa ufficiale. Per informa­zioni rivolgersi agli alberghi, alle agenzie o all’aeroporto.